AUTORITRATTO CON GELSOMINO

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75x50cm – olio su tavola / 2013

 

 

Alla fine del mese di Aprile la Val d’Orcia scroscia nel diluvio di semi gemmati un’indecifrabile fantasia. Mani vissute di ceramista marino cullano i teneri solchi ondulati di alghe verdi in bolle quiescenti con spruzzi di cipressi.

 

Era il giorno che segue la domenica di Pasqua e ci dirigemmo a Montalcino. Il pomeriggio fu scelta, sulla via del ritorno, una sosta a San Quirico d’Orcia. Come il guardiano osserva il gregge mescere di sé la molla brughiera così dall’alto del poggio l’abitato muove lo sguardo serenamente cauto sulla prateria smeraldina.

 

E’ in San Quirico un luogo cinto da tenaci mura rettilinee. Un parco simile al dio Giano. Se ci si accosta ad esso da meridione è un piccolo boschetto di lecci cha abbraccia il cammino del viandante. Entrandovi da settentrione l’immaginazione ha partorito un meraviglioso ordine cinquecentesco. Aldebaran, Adhara, Antares, Achenar, Arturo, Al Na’ir, Alhena e Atria sono le sorelle di quel globo ottagono confitte nei sentieri di bosso. Spicchi monodici del cielo vellutato d’argentee incredulità. Sono gli Orti di Leone costruiti per accogliere il pellegrino in domestiche fauci; per dar refrigerio all’anima incamminata a voto lungo la Via Francigena.

 

Nacqui nel giorno che la notte più fulgida divenne la più tenebrosa. Quel giorno del 1986 nel segno equinoziale d’autunno l’eclisse totale di luna piena mi partorì; mi abbandonò nella luce perpetua e nel buio senza inizio né fine.

 

Furono i colori i fratelli naturali con i quali crebbi per poter sopravvivere a questi genitori tanto veri e compiuti nella loro accecante pienezza di estremo bianco e nero. Ebbene quel giardino gianesco era il mio volto. Lì ho potuto respirare istintivamente la vertigine dell’ossimoro che sono per volontà astrale. Lì ho potuto immediatamente lenire la distanza che mi separava da una coscienza tanto armonicamente contrastiva.

 

Lungo il clivo che perimetra il braccio destro della semiluna dei giardini come un vortice di turchese ballo gitano rogliava nella magnificenza allarmante di un ceppo di glicine qualcosa di simile a una verità. Raccolsi alcune cocche avvolgendole cautamente in un gomitolo sgualcito; quando arrivai nel mio studio non feci altro che compiere il ritratto, già necessariamente attuato.

 

Quella fiamma di cera arancione si scioglie per il colore vitale in sirene profumatissime. Come lucciole – mendicanti di un sentiero celato e troppo vero per essere veduto – pizzicano l’aria leggera del vespro notturno così i petali cangianti della profumatissima pianta stimolano voragini di passionevole memoria.

 

Tutta la superficie della tavola era incrostata di piacere. Il corpo si rompe in cere violacee nelle macchie saldate da bianche fenditure d’etere. Come biglie celestiali gli occhi di struggente tarsìa lavorati lacrimano luci iridescenti nei solchi di colori intensamente innamorati di umana purezza.

 

Ho cercato di perdermi negli angoli così pieni di vita di quel sogno. Ho cercato la felicità attraverso quella realtà onirica così potentemente divoratrice.

 

L’ombra di una mano aleggia leggera verso il collo lavico. Gli spettri oblunghi, magmatiche dita si affrettano inesorabili per gli stagni infuocati di una gola feroce e dolcemente piena di libera passione.

 

Ancora oggi osservando i colori che hanno da sé composto questa amorevole essenza d’uomo non so bene se quella mano sia la mia o la mano mia di un altro.

 

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