AUTORITRATTO CON PIANTE CARNIVORE

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120x90cm – olio su tavola / 2013

 

 

Correvo nei solchi di un sogno nel primo pomeriggio di primavera tra le dimore anguste dalla mente celate in colori intensamente brutali esalati nel giardino affamato.

Quel pasto si consumò in me e attraverso me. Mai orchidea più perturbante fu vista tra le braccia rugose della terra. Mai gelsomino più limpido fu odorato dalle iridi bianche di dolcissimo pudore. Remoto laggiù oltre le fosche spume della gioia e del pianto il recinto divinamente terso rimaneva inaccessibile ai passaggi di menti distrattamente concentrate su isole perdute.

 

Accanto al mio volto – poco sotto sulla destra – mi fissava il volto mio. Lo presi e lo gettai tra le alte sarracenie dalle bocche troppo aperte per immergersi e le aguzze dionee dai vibranti occhi famelici di saracinesca. Non ero altro che una mosca o forse meno. Un dittero anfibio incollato agli orizzonti dipinti con colori troppo veri da bocche assetate di fame vergine.

 

Nell’immobilità di quello stagno verde il veleno mellifero della drosera lambiva il mio corpo acefalo. La rosolida antennata sputava giunchi letali in dita vermiglie come il sole dopo il crepuscolo. Bruchi alveolati di tenere e opache escrescenze suonavano la danza della vita cessata.

 

Pàtere di madreperla sgusciano tra i rami raggiati di soli nucleari. Deflagrazioni rampicanti in strisce saettanti di insaziabile appetito. Questi cloroplasti fatati sprigionavano un malleabile sapore di felicità. Oltre il tranello fugacemente celato dalla dolcezza abnorme delle tossine le piante carnivore appaiono paradisiache.

 

Nella tavola l’occhio è fermato dalla santità che esse impongono. Una santità nell’incontro onnivoro quotidiano. Una bellezza di gialli, rossi, celesti, verdi e bianchi in bagliori di adorabili nembi sublimi.

 

Venne fuori da sola – scavata dal colore imperante – la curva accecante gialla scolpita sopra il volto sceso nel grembo magmatico della foresta tanto umanamente vorace. Come l’uncino si sente vivo quando si fa uno con ciò che ghermisce così la gialla aureola allucinata era il sommo pensiero del capo, dell’anima e del creato.

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