AUTORITRATTO o il vampiro

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Mi piace circondarmi della bellezza oltre la bellezza e dell’intelligenza oltre l’intelligenza. Credo che il destino dell’uomo sia vinto dal caso e dalla natura. Non ho avuto scelta di vivere il momento e la latitudine esistenziale che mi sono propri.

 

La tela dipinta a olio misura 70×50 cm ed è stata realizzata nel 2013.

 

Durante il mio ozio pittorico di gioventù i giorni e gli anni si sono intrecciati così tanto e tanto intensamente hanno vissuto la propria natura da non poter più districare i lembi in spazi di realtà a sé stanti. I pennelli lavoravano senza sonno stretti nei palmi instancabili; i tubi metallici dei colori formavano arieti d’audaci trascuratezze. Ero una creatura del sole, della notte e della terra sempre chiuso nel mio studio.

 

Ho osservato il cielo e ho lasciato agli uccelli il cielo per conoscerlo. Ho camminato per la macchia arcigna e benigna, per la città vuota di persone e piena nella pineta ammaliante dell’incontro. Nei mesi estivi ho adorato contemplare la giovinezza di quella stagione che nasce già adulta e fissarla sulla tela con un rispetto degno di un imperatore del Siam. In quei giorni avevo già un indicibile rimpianto per la primavera che tanto di corsa era sparita o trasformata chissà dove in più dirompenti occhi di nodosa compitezza. D’inverno la luce restava poco nel mio studio che era sempre acceso dai fuochi tenui della lampadina d’ingresso e della piccola plafoniera con una la ghirlanda di frutta. D’inverno il colore stava caldo sulla tavola per giorni e giorni e le mani e i piedi se non rassicurati dal calore amico della stufetta elettrica si raffreddavano e non erano più in grado di creare. In autunno raccoglievo le foglie, i muschi, i nidi, le croste della terra, degli alberi e delle case. In primavera rubavo le foglie, il colore dei fiori, delle valli, delle anime, delle attese, delle impossibilità, dei ritardi, delle gioie, delle fantasie, delle bestie che compongono il creato.

 

Ho osservato l’uomo. L’ho aperto, richiuso, spolpato, adorato, allontanato, assolutizzato, rimosso, contrastato, coadiuvato, arricchito, divorato, studiato, fatto oggetto di scherno e di venerazione.  L’ho scuoiato delle malattie dell’anima che annichiliscono la vita, che imbarbariscono lo spirito, che appestano con segni d’idiozia perfetta i corpi macilenti di incisa vacuità.

 

Ho avuto il privilegio di poter ragionare; il tempo e la possibilità di cercare il desiderio della vita. Ho sudato l’esperienza e i segni di una volontà necessariamente umana. Ho indagato le stelle del mondo che cercano la speranza del nulla nella speranza.

 

Ho adagiato nel colore l’istinto barbaro della sopravvivenza.

 

La tela è un autoritratto. Il volto girato di tre quarti a destra è cinto da un’aureola bianca, cesellata di giallo: un dovere della naturale sentenza della Vita. Il corpo è una corteccia di frassino tagliata sulle spalle da triangoli aperti di luce che la finestra dello studio concedeva. La mano sinistra assente; presente oltre la tela. La destra si allunga vampiresca come una colonna di granito scanalata di indomita audacia verso l’alto; rimane impigliata sul bordo della tela. Apparizioni effimere espresse da isole rosa, verde smeraldo, gialle sciolte in arancioni pungenti, marroni incancrenite tra piccoli vessilli biancastri d’inusitata solitudine galleggiano per essere avvistate (e forse tratte in salvo). Delle pietre unite in un favo sorreggono lo stipite sinistro dell’opera mentre un sangue fiammeggiante è versato nel rosso dell’aria e assorbe il movimento dell’atto apocalittico.

 

Come dopo l’eruzione il corpo imbalsamato è alla mercé della tomba solfurea che lo contiene così la veste cronica dell’apparizione inaspettatamente risolutiva condanna il corpo a un’eterna pena ma a una pena di dolcissima espressione mancata o non risolta.

 

Ho spesso tentato di plasmare la natura della creazione con le unghie ficcate nella carne tenera dell’arte. Esse vi affondavano naturalmente e non mi restava altro che percepire quell’assoluta presenza. Ma tutto ciò era una chimera vera nella falsità di reale presenza. Poco dopo questo mitico mostro sarebbe diventato pietra. E un altro giorno risorto da un lago o da una foresta nera del Bormio con le ali accecanti che mi sbattevano a terra a contemplare l’immensità della sua odorosissima scia.

 

Nell’autoritratto lo sguardo è divelto dallo specchio. Ma quest’Edipo senza colpa alcuna non vuole accecare la sua pietà, non vuole cedere la vita alla conoscenza, non vuole adempiere ai doveri naturali dell’umana specie. Vuole essere e basta.

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