BARBARIE

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L’opera 100×70 cm è un olio su tela.

 

Fu scelta nel 2014 come manifesto (esistenziale) di Barbarie – personale di pittura allestita all’interno della Sala Nagasawa presso l’ex cartiera latina, attuale sede del Parco Regionale dell’Appia Antica. E’ una maschera atavica che nulla concede. E’ un volto senza volto, necessariamente vero. E’ un principio assoluto creato in sostanze troppo intensamente umane.

 

Questa sfinge di paglia cucita impone a chi la osserva il versamento di un tributo senza guadagno alcuno. Tace nel fortunale sconquassato. Inietta negli occhi del passante il quesito di una ragione troppo oscura e barbara cui poter trovar risposta. Condanna l’uomo che non risolve l’enigma ferocemente concepito alla vita; alla solitudine divina di un essere beatamente irrisolto.

 

Durante l’esposizione quel feticcio di popolo dimorato alle radici di inveterate sorgenti equatoriali esalava regale venerazione. I cippi romani lo accoglievano nel regno della civile dottrina antica su podi bruni di basalti coronati da fortissime ametiste spinate.  Come il fuoco arde e meccanicamente corrompe le forme che lo circondano così quel volto mostruoso di atroce verità spietatamente pura consuma d’irrequietezza imperturbabile il tutto.

 

Lo dipinsi per primo. Fu il primo di altri. Padre di un mondo sotterraneo investito di dolce chiarore. Madre d’amore. Questa nuova Cibele dai seni bianchi e azzurri offre il grembo traboccante di mammelle d’agave puntate a chi la osserva. Inveterata bambagia dai fulgenti cuori arrossati in escrescenze di pallidi nervi suadenti e d’ebano calcati.

 

Il ciclone è avido d’amore. Non risparmia dono alla sposa ritrosa. E’ quella forza che trova la propria assolutezza in qualche punto del pensiero ansante. L’aureola invaghita dello splendore barbaricamente deterso al principio si frastaglia in mucillaggini empiriche di fragorosa possanza. Un urlo implode. Poi un’esplosione di atterriti ultrasuoni fuggenti.

 

Mi conobbi un giorno mentre il colore decise che avrei dovuto crearti. Capii il tuo anatomico dissenso. Capii il bagliore rotto di quelle mascelle impalpabilmente avvitate a un rumore irruente, quietamente truce. Ho adorato la tua strenua vitalità dopo la morte mia.

 

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