IL FIGLIO DEL COLORE

About This Project

 

Barbarie è stata da me allestita all’interno di un granaio mediceo del XVI secolo abbarbicato alla fine di uno sperone tufaceo nelle campagne solcate da vegliarde scogliere di tufo della Toscana meridionale. Realizzai un’altra personale nel mastio di una fortezza, appartenuta alla famiglia romana degli Orsini, battezzandola Barbarie. Gli ambienti temprati dalla poderosa mole della nobile rocca furono il Gòlgota inespugnabile di una Passione mai più ritrovata.

 

Erano gli anni in cui la forma si decideva da sola, appariva intatta nella sua identità raminga. Oggi essa, la forma, vive perlopiù autonomamente nell’etere cromatico che la mette al mondo. Si tesse dalle maglie di fluida indeterminatezza che l’avvolgono in un sudario di guerra. Per questo il rapporto tra testo e contesto è stabilito in una natura umanamente osmotica, di armonica scelta e compartecipazione contenutistica. Sia pure eternamente inconsistente il dominio che una dimensione conoscitiva impone sulle altre frontiere del colore qualsivoglia tentativo assoluto di analisi comparatistica è destinato a un inesorabile fallimento; le monadi che compongono la giostra della realizzazione sulla tela perdono la propria indomita essenza gnoseologica se recise dalle radici di forme cromatiche in cui nuotano istintivamente. Tuttavia nel momento in cui una di queste forme essenziali impone la riservatezza dello sguardo su di sé, essa può vivere di una sintesi mimetica autogena ma non sopravvivere nell’isolamento catartico della sua entità didascalicamente emotiva.

 

La tavola è un supporto multistrato smaltato di bianco – 80×60 cm – creata nel 2010.

 

La superficie liscia, aspersa di glabro candore è un lago ghiacciato per il colore. Immesso nel circuito di questa lastra primariamente definita, coperta di una pelle lucidissima il colore si scioglie nell’olio che lo deterge. Non i pori assetati di umida brama del legno grezzo né gli orditi della ruvida tela accolgono i rigagnoli di vernice. Inizia una danza sinuosa e leggera, ritmata dalle languide ma decise flessioni del polso e delle dita mosse da fuggevole delicatezza.

 

Le tonalità scure convergono nei gialli sfuocati, nei rossi stinti, nei tenui verdi, negli azzurri indistinti di evanescente soavità. Un intarsio profondo come l’anima odorosa di infinitezza accoglie candide squame riflesse in stralciati nembi grigiastri. D’improvviso un grumo densamente vitale intaglia con sicura definitezza d’immagine il piano vellutato nella tempesta ambigua del colore fuso.

 

Lo strato di smalto inciso dalla punta estrema del pennello rivela zampillanti giochi tridimensionali. E’ la cotta di un anziano cavaliere appesa al ferro del maniscalco per essere lucidata dopo l’ultima impresa nelle retrovie dell’esercito di battaglia. E’ lo scudo del giovane apprendista cavaliere rigato dalla polvere del torneo che lo trattiene pudica per il prossimo assalto. E’ il fuoco sinistro di un’ellisse roboante, atletica e apolide destinata a un eterno contrappasso nell’irrisolvibile principio d’immanente verità che essa medesima rappresenta.

 

Uno strano formicaio imperversa in quest’aria profumata di sterminata diversità.

 

Osservando adesso l’opera con proposito razionale di risoluzione conoscitiva individuo nelle lenze bianche, rossastre e azzurrine avvinghiate in una olimpica rete dell’oltre – tessuta forse dagli antenati delle Parche o da qualche dio minore in esilio –  l’identificazione prima dell’immagine.

 

Questo ingombrante e solfureo Big Bang implode di vita; non esplode la vita.

 

A ben guardare l’energia demiurgica abitata nei fili roventi del globulo primordiale oltrepassa l’idea manichea del prima e del dopo. In quest’alveare rumorosissimo lo scettro del Tempo è di piombo e a terra; non è possibile stringerlo nelle spire di un pugno minacciosamente avversario. Simultanee forze luminose di vigoroso dinamismo bucano la certezza dell’incerto. Assiomi pantagruelici trafiggono senza pietà i moti irriverenti del pensiero più sicuro; falle di salvifico unguento sono spalmate sulla pelle abrasa dalle radiazioni spaziali.

 

Forre più scure ma trasparenti d’azzurro, rosso e bianco pulsano illibate, immobilmente mosse dal torpore micidiale del fiato di questo drago dall’artiglio invincibile.

 

Un monolite figlio del Colore scese dall’alto nella fossa del mondo. Alcuni popoli lo dissotterrarono venerandone l’aspetto polimorfico. Altri lo strinsero in cappi di funi maestre imprigionandolo in fondo al Pacifico dentro una grotta serrata dai tentacoli chiodati di una piovra.

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