IL ROSSO o la metamorfosi

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Mi ritrovai immerso nel liquido rosso della vita che decise di vivermi. Già le dita scelsero le erbe del campo; già le gambe si erano arrese all’asse dorato del tramonto sulla vallata. Già il volto odorava del selvaggio fruscìo di maggio e scolorava oltre l’immagine di sé.

 

Ho realizzato la tavola – un olio di 120x100cm – dopo una passeggiata nel bosco vicino a casa.

 

Portare il proprio corpo a muovere nei meandri verdi di natura animati è un atto ritualmente catartico e intimamente rigenerativo. L’occhio cattura il mondo silvestre che l’attornia pigramente uguale da secoli ricevendo un fiato di armonica liberazione e mirifico appagamento sensoriale.

 

E’ la storia di una trasformazione e di una nuova nascita. Nascere ancora, di nuovo. Evolversi nel contesto di una lussureggiante gestazione di vitale presenza. Muovere il corpo nella radura umida di magica indeterminatezza. Decisi di abbondonare il mio corpo, conservando la mente di prima, per scioglierlo nella vita dell’infinita dolcezza creatrice.

 

Al centro dell’opera l’autoritratto di spalle emerge dai flutti rossi di benevoli e placidi marosi. Uno scoglio contro cui il lettore va sì inevitabilmente a schiantarsi ma ritrovandosi più desto di vita, più vivo di umanità. La mano destra è già un ramo, nel suo stendersi nella luce giallastra dell’alba rigenerativa; la sinistra è ancora ammantata nei cerchi siderali della notte: inutilmente sembra voler bloccare l’estasi del nuovo giorno. Macchie scure scavano fosse di profondissimi pensieri primigeni in regioni sensoriali che lentamente sono divelte dalla certezza paradigmatica corporale. Come una cartina topografica la schiena è un effluvio di strade biancastre e variamente di marrone lastricate; foglie celesti chiudono il colore scisso di ambrata leggerezza aprendosi in arenili lucenti di intime certezze.

 

Ho dipinto il mio viso nell’attimo della trasformazione. Fili colorati in scomposti, nuovi diluvi d’amore intrecciati sgorgano dalla sorgente vagamente monocroma del capo. Una piccola nebulosa di terra fissa il mio occhio disperso nel mistero e l’occhio curiosamente immobile dello spettatore; una trascurabile zona di incerto divenire lambisce furiosamente – ma di frenesia gentile – il giardino frastagliato di esperienze compiutamente irreversibili.

 

Chi guarda la tavola osserva gli occhi roventi del maestro, annegati nel brodo impetuoso del suo essere.

 

Non c’è tempo per un ri-tornare indietro. Il colore blocca il pensiero nell’attimo della violenza della metamorfosi. E’un privilegio concesso a pochi quello di vivere simultaneamente in un corpo e in un altro corpo; in corpi di altri corpi. Una bufera ristoratrice di verdeggianti foglie d’ulivo vissute nei chiarori immacolati che il vento scopre anima la cornice della scena. Come ancelle che affidano il proprio malleabile destino di giovinezza alle braccia protettrici della buona padrona così le erbe e i fiori in matura adolescenza allacciano strali di fulgidi riflussi vermigli con l’ulivo materno.

 

Era il tempo in cui passeggiando ero uso raccogliere ‘pezzi’ di natura e trasporli nel mio studio. Posizionati sul tavolo dei colori o su qualche mensola di fronte al cavalletto ancora profumavano la cella della mia creazione di in esorbitanti giostre di vivacissime sensazioni. Prendevo quindi lo specchio e una volta adagiato sopra una sedia incominciavo a fissarmi di schiena. Le parole di Cerere, di Flora, di Natura intonate negli allori dei colori iniziavano la composizione della silvestre danza intorno la mia presenza.

Come scale celesti portano gli uomini soli – deflagrati in continue insicurezze di persuasioni accidentalmente reali – verso sommi panorami fatali tale era l’abbraccio spumoso degli umili fiori di campo in un totem di anemica, primordiale pienezza.

 

Può forse l’uomo sapere di sé senza la conoscenza ambigua del vero che lo circonda? Può la conoscenza esibirsi in meravigliose volute di strani equilibristi restando appagata della propria ieratica forma, prigioniera di una vita puramente istintiva e biologica? Può la sopravvivenza occultare tanto ingiustamente e macchinalmente il sangue della scoperta e la linfa dell’invenzione? Certamente – potremmo rispondere – con assoluta verità. Ma una verità bambina se possibile e miracolosamente avverata è forse più vera e necessaria, almeno per la necessità di alcune bizzose esistenze fluorescenti.

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