MEDUSA / Autoritratto

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L’olio su tela 80 x 60 cm è stato dipinto nel 2017.

 

Gaeta, la città dell’acqua e dell’aria.

Un faro – il parco urbano del monte Orlando – che domina e sorveglia il litorale dell’estremo sud laziale. Un dedalo di sentieri si scannano e gorgogliano dapprima in larghe e accoglienti spire poi man mano che si sale raccolgono il loro incedere sinuoso sulla cima, nelle bocche marmoree del mausoleo romano. Lucio Munazio Planco console augusteo affida il ricordo delle sue gesta terrene a questa tomba, corona di pietra che cinge il capo del condottiero-guardiano Orlando.

 

Il dipinto è un autoritratto. Il volto rosso. Lo sguardo monoculare, ciclopico pietrifica il divenire verso le falesie adamantine della parete sud-occidentale del promontorio. Le infinite praterie di mare che si aprono agli occhi di sale (rotte soltanto dagli effimeri coaguli di terra delle isole pontine a nord e a sud dalla massa ancestrale di Ischia) condensano l’eternità della loro mistica presenza nel cielo rosato, violaceo e grigio-verde di un pomeriggio estivo al vespro.

 

Questa volta celeste che bacia e racchiude la volta marina intarsia del suo colore cinerino la scena dipinta. La terra macchiata dalle ombre stellate in grumi del colore di quel cielo crepuscolare assorbe la catarsi amputata di una crisi. Il vortice della nebulosa punto nel grido che avvolge i pensieri di una contemporaneità vorace di nulla è la bocca di fuoco del cannone pronta a riversare il plasma del suo denotatore nei flutti dell’esistenza brunita dal sole siderale del tardo pomeriggio.

Eppure squarci di giallo denso, di un sole meridiano vivo e acceso si attaccano inossidabili alle gote come i ricordi di stelle in una tenebra umida avvampano incandescenti il sudario della notte.

 

Pennellate rapide di precisa, indistinta e indistinguibile brama rivestono gli spazi bianchi della tela che compone il volto. I sentieri anguicriniti del Monte Orlando, qui nel viso solidificati in momenti di barbarie esistenziale e verità asfittiche giocano in mani cromatiche osmotiche di giallo e verde. Sono i riflessi di quel tappeto d’acqua che abbraccia le incrostazioni esalate dai colori terrei del promontorio.

 

Come l’icona rifulge di vita negli sguardi degli astanti che la contemplano e vive nell’abside immacolato di atemporale salvezza così il volto di Medusa riflesso negli specchi argentei del tramonto viene accidentalmente incastonato nelle valve rossastre del mausoleo di Planco. Quasi che venisse da esso generato, il capo, figlio legittimo intriso di bestiale vitalità non concede allo spettatore lo specchio incantato del suo occhio. La pietra che Medusa faceva da essa medesima può essere adesso capita – nella decollazione di un Perseo senza nome né spada – nella furia innocente e primitiva del groviglio serpentino del ciclope.

 

Nel dipinto il mausoleo, alle spalle della Gorgone, appare invertebrato: lo scheletro di Cerbero che non latra più. I denti canini dell’infernale guardiano sono i merli neri di una porta che apre nel periodo di un passaggio apocalittico eppur senza morte alcuna. Ultimi baluardi contro una scellerata schiera, trincee di passione superstite le rocce lapidarie del glorifico sepolcreto presenziano un battesimo cauterizzato nel sangue purpureo scavato in solchi di audaci e feroci pennellate.

 

Fortezza e magione, lancia e pàtera la sagoma squamosa del monolite di marmo è al tempo stesso figlia di Medusa, cresciuta da sempre nel suo sangue; Crisaore dalla spada dorata che bacia la madre nell’oro del suo viso numinoso.

L’obice dell’autoritratto è una polveriera posizionata da un soldato disertore a 170 m s.l.m. ai piedi della tomba del console romano per suggellare, ammonire, difendere e perpetrare l’energia demiurgica di uno sguardo orfano di morte.

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