MOBY DICK o il giallo

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185×125 cm – olio su tavola / 2020

 

 

Nella mia mente la catastrofe era tanto imponderabile da dilatarsi in schiantate bolle di vapore colorato. Ebbene questo vapore, strano per una giornata tanto calda e secca, si condensava imperituro sui bordi lisci e profondamente invertebrati del retro di una tavola.

 

Moby Dick è un trattato di umanità sull’umanità. Una bibbia la cui sacralità trascende l’immagine strutturale e ideologica del testo. E’ un punto e basta. Tutti i nervi si muovono paralleli e fieramente indifferenti – nell’indifferenza del meccanico rapporto vita-morte – verso un fotogramma assolutizzante come i poderosi cavi d’acciaio articolano didascalicamente tenendo a guardia d’insieme il sistema sanguigno di una torre urbana.

 

Eppure quel tuono così abnorme nella sua semplice divinità presente, quel cataclisma scisso dall’essere, quell’epifania di barbara dignità veglia di un leggero sonno a occhi pieni il racconto e ancor prima d’esso.

 

Terminai di leggere Moby Dick quando l’estate mostrava la coltre netta, santa del suo divenire apocalittico e quei colori densi cominciavano a precipitarsi in barlumi di foschi e arcani presagi immacolati.

 

Gli effetti di un atto sono causa di un effetto altro.  L’oceano digerisce quel pasto normalmente.

 

Dopo il naufragio del Pequod un gorgo primigenio, solco di indistinte scissioni vitali che fagocita molti vissuti, si rilassa celermente e non un punto su quella mobile e obliqua savana acquea è il centro di un perimetro di risoluzione. Tutto avviene nell’indifferenza blasfema della luce solare. La tavola rigurgita in volute di spasmodica e micidiale attesa lampi di giallo corroso da spettri turbinanti in rubini e onici frastagliati da quel vento inconsulto che le ombre delle Parche hanno voluto blandamente soffiare.

 

Non volevo soltanto accingermi a incantare nell’ardesia del tempo il significato più nascosto e prezioso del naufragio. Presi le mie mani e le untai di quel biondo catrame. Come amanti la cui brama di far nascere vicendevolmente la vita nello sguardo rigoglioso dell’altro muove operosamente le anime così quelle dita rimpolpate di giallo furono calamitate sulla tavola e mossero un cielo d’abisso grigio setato così vecchio di giovanile gaiezza.

 

I pescicani becchini divoravano i remi tarlati di sale della lancia di Achab che ineluttabile procedeva impavida verso quello strano destino già conosciuto e raccontatogli dal Parsi. I gorghi tremendi di morte si fecero roventi di sangue non versato quando Achab immerse nella carne del Leviatano il rampone forgiato in sempiterni e allucinati ordini. Con esso anche il sommo spergiuro – dirompente preghiera di vita – si conficcò nei pensieri animalescamente umani del mostro.

 

L’azione si ferma. C’è una profonda e assordante assenza temporale. Le fauci nerastre delle mie mani iniziarono a scanalare il legno in molli trucioli di infinite sfumature. I palmi mascherati di lucente colore odoroso di novità scivolarono su quella pelle levigata urtandosi in gemiti contrastanti nella potenza atavica di una incompiuta resurrezione.

 

Le creature dell’aria e quelle dell’acqua reagiscono all’unisono alla vendetta scagliata: spariscono. Moby Dick pareva Didone che dal Tartaro sognava del figlio di Anchise una sfuocata gioia. I marinai vennero sgusciati delle loro essenze animate e solo un manichino di vulnerabile stupore tramortito colonizzò il ponte della nave.

Si cerca spesso di avvicinarsi alla morte allontanandosi dalla vita; i vapori della terra e delle famiglie assumevano nelle rughe rilassate delle facce incerate di attesa un fuggevole sollazzo; all’istante uno scroscio come d’acqua ti torrente a cascata seguì l’urto indomito nell’atmosfera incantata.

 

Qualcuno volle trasportare con sé all’inferno un’ala di cielo.

Per quanto atroce, incomprensibile, indecifrabilmente vera sia l’idea che compie alcuni disegni mortali è nel segno di un cataclismatico artificio che è scolpito un dente di necessaria e umana salvezza.

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