MOBY DICK o la caccia

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185×125 cm – olio su tavola / 2020

 

 

La notte era salita sul Pacifico dal fondo della vita e come un sole di pece schierava le sue truppe ululanti di pace sopra le creste d’argento inamidate dei cavalloni pertinaci che coronavano quel capo di ricci salmastri.

 

La luce rossa delle raffinerie istallate sulla coperta del Pequod gemeva saltellando a ogni rinsacca del mare impervio. Una lenza purpurea condensava selvaggiamente in sé le propaggini ambigue dell’equipaggio ossia le braccia e le gambe meccanicamente disossate del comandante.

 

La caccia alla balena bianca era la ragione unica del viaggio. Un itinerario disperso nei laghi disabitati dell’oceano, pullulanti di meravigliosa ingenuità. Il doblone intarsiato da Achab nel legno maestro – ricompensa per l’avvistamento del mostro – emetteva faville rosse, cilindriche, di voluttuoso appagamento. Era la nave privata di Lucifero che scandagliava le praterie vergini nell’immensa e tramortita ricerca di un occhio di ciclone.

 

Presi le mie mani e presto, spremuto il colore dall’otre metallica, furono il volto insanguinato dei naufraghi accalappiati nelle risme becere dei gorghi. Squali ammaestrati in scuole distratte di indigena arditezza. Sciami di nitriti inverecondi dettavano nembi allucinati in azioni di eterea brace.

 

Cacciatore e preda di sé stesso Achab dirigeva senza indulgenza quel torneo di barbara resilienza.

 

La forza creatrice sprigionata come un geyser dalla chiglia immobilmente vivace arava inconsuete altitudini di sanguinea armonia. Mi lasciai attraversare dalla bufera di fuoco e rimasi arso negli spettri incostanti tra suoni di improbabile voce umana.

 

Come la lanterna a olio gettata nel burrone ride svolazzante nell’aria avara d’aiuto per poi schiudersi in effimere faville al suolo così la nave si beffava del mare celeste. Le scaglie di fuoco sputate dalle raffinerie, l’odore d’olio profumatissimo esalato da quel pozzo affondato nella fronte rugosa del capodoglio truccavano d’ammaliante aggressività la tenerezza vetusta dello scafo.

 

Quelle lacrime rosse lanciate sulle gote vereconde dell’oceano si sciolgono dileguandosi in succhi di spregiudicata assenza come dardi attorcigliati nella schiera nemica squartano le umane corazze sapendosi d’invincibile bile vestiti.

 

Infervorate dal furore straziante nel tingere la tavola dell’attimo dell’oblio e della rinnegazione ipnotica del vissuto le dita spalmano flussi densi di colore tra i ghigni crudelmente soavi degli scogli degenerando nei bordi in ruggenti ecoscandagli impazziti di strana grazia. Sguardi vermigli aguzzavano gli inaccessibili silenzi dei loro nidi; oltre la fossa imprevedibili ambre grigio-nere.

 

Fuoco acceso sull’acqua da Caronte che della sua micidiale presenza ne fa adultero vessillo di resistenza il Pequod avrebbe logorato d’invidia anche i più appagati artigli dimessi dal regno dei Cieli.

 

Audace in mobili evanescenze cromatiche il rosso generava sculture demiurgiche in solitari promontori bloccati nell’indomito incendio. Audace d’invasata, preistorica eccitazione il rosso brandiva la sciabola per frantumare i veli dell’indugio annegando i suoi polmoni iridescenti di stelle accecanti. Audace di sollecita vertigine squamosa il rosso stramazzava ridendo quel manto leviatanico d’amaranto riverso.

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