ODUSIA / Polifemo

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La tavola 252×185 cm dipinta a olio nel 2018 elabora un passo assai noto della letteratura mitologica di viaggio di Omero; l’avventura di Ulisse nell’antro di Polifemo.

L’opera fa parte di una tetralogia pittorica che indaga altresì gli episodi di Scilla e Cariddi, Circe e delle Sirene.

 

Ho scelto di raccontare con il colore complementare alcuni momenti emblematici del Nostos d’Ulisse. Ciascun pannello può essere presentato e rappresentato a sé o unito agli altri così da rendere visibili le tappe di un percorso di vita di eccezionale curiosa tenacia.

 

Nell’episodio di Polifemo i colori predominanti sono il giallo e il viola; si completano a vicenda. L’uno non può raccontare senza l’altro. Tra le due parti dell’episodio (il ciclope, la montagna selvosa di carne e il gruppo umano di Ulisse e compagni) si genera istintivamente una fulminea sinergia. I destini degli uni sono meccanicamente forgiati nel solco dell’esistenza del mostro; il quale a sua volta trova nell’uomo il compiersi di un momento anomalo e distorto che recide la propria quotidianità barbara seppur per certi aspetti civile (di razionalità essenziale perlomeno). Il colore è quindi maestro e sacerdote di questo sposalizio oppositivo. Le azioni del gigante non solo rappresentano il compiersi di un volere imperscrutabile superiore alla presenza divina ma stordiscono di orrore l’umana esperienza dell’uomo greco; il sacro dovere di ospitalità è assente o rovesciato addirittura in maniera esecrabile. Con noncuranza alcuni compagni di Ulisse sono il cibo del mostro.

 

Ho privilegiato focalizzare la narrazione cromatica nel momento di massima concentrazione di energia del racconto. E’ Ulisse medesimo a essere stato accecato prima ancora che il mostro: egli è stato costretto inerme ad assistere al banchetto umano dei suoi fratelli di viaggio portando al collo l’orologio che scandiva sardonicamente gli attimi che lo separavano dall’Erebo. Sono le vittime di Polifemo che conducono le mani del re di Itaca verso quell’orribile centro di morte che è la spaventevole pupilla addormentata nella membrana cucita di insensibile pietà disumana.

 

Crimini così assurdi compiuti nella leggerezza di un mostruoso istinto in un contesto apparentemente civile, quello della capanna del pastore, sono punibili con la stessa spada; ciò che è dato è reso. I colori si fronteggiano, pervadono i sentimenti mescolati dei presenti ma non si possono sciogliere in un’unità altra: devono necessariamente rimanere eternamente discinti.

 

L’atmosfera è claustrofobica. Quella luce solare, di vita che è il giallo – assente nell’antro mortifero che è la bara dell’uomo – cuce e illumina la quinta altrimenti avviluppata in un mantello di nero latrato. Imperativamente forte – forse fin troppo alla vista – è il monocromo in cui la barbara essenza del mostro attua gli empi sacrifici. Come figli attenti a esaudire prontamente la speranza dell’anticipata vendetta per l’accecamento del padre le spire spasmodiche viola intrecciano il proprio dovere omicida tra gli sventurati marinai. Ma inaspettatamente da questa selva purpurea si generano propaggini bluastre che, con un movimento centripeto in un canale di disperata e ponderata ansia di vita e resurrezione, mosse dal vento cieco della necessità si concludono nell’estremo punto in alto a sinistra della tavola. Lì ha dimora quella vita che ha così abominevolmente reciso gli steli della vita; una polla blu sgorga fulmineamente da quel centro antiumano e come nuovo sole irradia nuova vita. L’azione è conclusa.

 

Torna a crearsi un ordine prestabilito e civile. L’intelligenza mostruosa del figlio di Poseidone soccombe di fronte la superba astuzia di Ulisse condita di traboccante e domata furia. Il giallo è di nuovo, ma per poco, lo sposo di un cielo stinto in nubi bluastre.

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