SANTARÈMOS o la caverna

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Nella storia dell’uomo individuo tre momenti di catarsi artistica. Il primo è una dimensione atemporale e in divenire; nelle mani dei bambini fino diciamo l’inizio delle scuole medie inferiori si trova la geniale grazia della verità. Il secondo si condensa nei pochi decenni in cui per le strade fiorentine si muovono i passi veloci e angelici di uomini diversi da noi contemporanei tanto da dubitare del fatto che essi avessero a disposizione una vita sola per vivere e creare. Paolo Uccello, cosiddetto, è il portabandiera onirico di questa schiera di alieni che abitarono i giorni di una Nuova Nascita. Infine, scorrendo i dettami del tempo nel tempo umano arrivo a Lescaux o ad Altamira. Queste cappelle intrise di selvatica ragione, ninfei ctoni di spiriti divoratori di realtà sono i fossili del futuro colorati che più adoro.

 

La tavola 185×125 cm dipinta a olio nel 2015 è realizzata anche con gessetti colorati. L’olio scava la roccia dei calcari in luminescenze proiettate in gabbie di sintagmatica persuasione. Il gesso semina la vita.

 

Non ho mai dubitato della verità che abita in quegli affreschi di roccia. Ho piuttosto dubitato delle verità disegnate sulla carta. Credo che sia umano. Chi ha composto le mirifiche astrazioni naturali sentiva la necessità di farlo. Non importa risalire al motivo primo di tale necessità; il nucleo del colore è il portico assoluto della bellezza. Le ocre, le ematiti e le altre polveri impastate in selve d’infernale allucinazione fissate in scrigni d’angelico torpore sono per me suadenti sirene benevole; madri attente a non abbandonare alla pietà dissoluta del destino il figlio pietosamente sano.

 

Non credo che dipingendo sulla tavola volti mi sia nobilmente allontanato dalle rupestri costellazioni; fin troppo senza la veglia dell’io i cacciatori sono cresciuti dalle prede che essi medesimi hanno consegnato alle nostre latitudini d’oggi.

 

Il sottosuolo è di per sé un mondo privo di luce. Proserpina non può rinascere nelle leziose praterie solari. Tiene i suoi cani stretti alla gola. Come la murena serpentiforme dagli occhi d’immobile glacialità cerchiati sferra la furia affamata nei canini che sbarrano la preda così la regina dell’Ade contempla l’aria paziente e salata d’acqua; sugge il mondo implacabilmente eterno del vuoto, inganna i viandanti di un piacevole dolore acuto senza redenzione.

 

Gli uomini abitatori di questi diverticoli sotterranei, uniti in mandrie di sepolcrale resurrezione mescolano gli assiomi cavernosi delle loro vite tra i fiati epidemici della terra.

 

I gialli, i rosa, i viola, i verdi, i celesti schizzano quella forma antagonista della morte che vince imperturbabile la distanza della mancanza.

 

Non so bene la misura umana che mi condusse a elaborare lo stilema del viso che poi utilizzo ancora. Un pozzo magico per bocca dal quale fuoriesce lo scrocio smorzato di mille bombe annodate in una fontana di rettilinee condensazioni. Un monocolo elettrico per gli occhi; una cieca vista abnorme e purissima. Tratti riconoscibilmente umani – ma scevri di insincera certezza – assemblati a comporre le rimanenti forme.

 

L’argentina cueva de las manos ha oniricamente impressionato la fantasia ambigua dell’uomo; con le mani si può sopravvivere la quotidianità.

 

Nel dipinto le mani fuse – non più necessarie per questa esistenza – si trovano a combattere un mostro impeccabile d’eleganza assassina. Una forma dello spirito tanto brutalmente manomessa da non contenersi che in alcuni tratti biologici. David rinuncia allo scalpo sanguinolento del leale Golia. Quella mano fradicia della vittoria amara amputa le falangi dell’altra così la lasciar cadere il premio di un delitto mai commesso.

 

Stagni nerastri si divincolano leggeri come attimi d’amore per l’infinito rigato di gialli, rosa, viola, verdi, azzurri; segni di una guerra d’implacabile umanità.

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